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"Quid est veritas?"

(ovvero la logica dell'avvocato)

 

E' possibile trovare una utile riflessione sul senso della Giustizia e sulla professione dell'avvocato nel seguente passo:

 

Per giudicare l’utilità processuale degli avvocati, non bisogna guardare il difensore isolato, la cui attività unilaterale e partigiana, presa in sé, può sembrar fatta apposta per trarre i giudici fuori di strada; ma bisogna considerare il funzionamento nel processo dei due difensori contrapposti, ciascuno dei quali, colla propria parzialità, giustifica e rende necessaria la parzialità del contraddittore.

 

Imparziale deve essere il giudice, che è uno al di sopra dei contendenti; ma gli avvocati son fatti per esser parziali, non solo perché la verità è più facilmente raggiunta se è scalata da due parti, ma perché la parzialità dell’uno è la spinta che genera la controspinta dell’avversario, l’impulso che eccita la reazione del contraddittore e che, attraverso una serie di oscillazioni quasi pendolari da un estremo all’altro, permette al giudice di cogliere nel punto di equilibrio, il giusto.

 

Gli avvocati forniscono al giudice le sostanze elementari dalla cui combinazione si genera a un certo momento, nel giusto mezzo, la decisione imparziale, sintesi chimica di due contrapposte parzialità. Essi debbono esser sempre considerati come «coppia», anche nel senso che questa espressione ha in meccanica: sistema di due forze equivalenti, le quali, operando su linee parallele in direzione opposta, generano il moto, che dà vita al processo, e trova quiete nella giustizia.

 

(Piero Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, Ed. Ponte alle grazie, 1999, terza ristampa, pp. 121-122)